DALLA BALBUZIE DI MOSÉ AL RUGGITO DI DIO
Partendo dal precedente articolo sulla balbuzie di Mosé1, dove viene rilevato che Mosé non può esprimere foneticamente e intellettualmente tutto ciò che Dio vuole dire perché Mosé, alla pari di tutti gli altri grandi sapienti della Grecia, possiede, per dirla con Giustino, uno dei semi del Logos, cioè un frammento di questo,2 è opportuno dire che la debolezza della parola di Mosé è dovuta alla mancanza della conoscenza piena del Logos, perché Dio si rivela nascondendosi. In questo resoconto, quindi, procederemo a rilevare in alcuni passi biblici l'apofatismo sonoro di Dio, avvertito come un "ruggito", al fine di spiegare il modo in cui la Parola di Dio arriva al popolo di Israele.
In Es 3,2 Mosé non vede Dio, ma sente la sua voce, in quanto Dio si è manifestato nel roveto ardente: "Gli apparve l'angelo del Signore in una fiamma di fuoco, dal mezzo di un roveto. Mosè guardò: ecco che il roveto bruciava nel fuoco, ma il roveto non era divorato". La grandezza di Dio quindi si nasconde dietro gli eventi naturali e, in questo caso, nel roveto. Dio, parlando attraverso il segno concreto naturale del roveto, si nasconde per cui nell'apofatismo, cioè nel Dio che si nasconde, Mosé percepisce non tutto quello che Dio voglia dire, ma solo una parte di ciò che egli vuole dire.
Più avanti Mosé si copre il volto per timore di vedere Dio. Mosé ha paura di guardare Dio, perché egli sa che è grande e incommensurabile alla sua umana piccolezza: "Mosé si coprì allora il volto perché temeva di guardare Dio" (Es 3,6). Quindi Mosé si copre il volto perchè è cosciente che per la sua umana miseria non può guardare faccia a faccia Dio e tantomeno non può percepirne in pienezza il suo messaggio.
Pertanto Mosé sente e vede una parte infinitesimale di ciò che è veramente Dio, perchè egli sente il "ruggito" di Dio ma non la pienezza della sua parola.
Il termine "ruggito" ricorre in Amos 1,2, al quale è paragonata la Parola di Dio: "Il Signore da Sion ruggirà e da Gerusalemme alzerà la sua voce" (Amos 1,2).
Anche qui possiamo percepire l'infinita distanza che sussiste tra la Parola di Dio e la parola umana. Dio per far capire ad Amos il suo piano di salvezza non ha altra possibilità che ruggire. Questo ruggito ha qualcosa di teofanico e al contempo di apofatico, come la voce del tuono (Amos 3,8) perché, da una parte, rimbombando nel popolo, lo avvisa delle sue mancanze e lo ammonisce alla conversione, ma dall'altra non svela pienamente la Parola di Dio. Il ruggito di Dio incute paura in Sion e al contempo lo avverte che qualcosa non va, alla pari del leone, il cui ruggito mette paura ai suoi avversari, svolgendo contemporaneamente la funzione di segnale territoriale per coloro che sono a lui fedeli. Il leone quando ruggisce avverte i suoi che c'è in giro qualcuno che va predato, cioè che va tolto dalla circolazione, mentre per l'avversario è indice di timore, in quanto è pressochè prossimo il suo abbattimento se continua a restare in quel territorio.
Pertanto in senso metaforico Amos ci vuole dire che alta e potente risuona l'indecifrabile parola di Dio impregnata di ira - paragonata da Amos col termine ruggito - sul popolo di Israele, dal momento che questo è rimasto come tale nelle precedenti condizioni di vita, senza possibilità di cambiamento. Quindi egli ruggisce perché il popolo di Israele sappia, tramite Amos, che esso è preda della sua ira, pronto per essere divorato. Se da un alto quindi il ruggito di Dio ha un senso negativo, in quanto Dio scaglia la sua ira sul popolo peccatore, dall'altro ha un senso positivo in quanto egli lo ammonisce a convertirsi perchè Dio è fedele alle sue promesse, in modo che egli non sia abbattuto dalla sua mano potente.
Quindi alla pari di Mosé anche Amos decifra in senso umbratile la parola di Dio, perchè non può conoscerla pienamente. Amos di fronte al ruggito di Dio si sente costretto a profetizzare, cioè a trasmettere la Parola di Dio, la quale turba e scuote le coscienze del popolo, annunciando sì un castigo imminente per la condotta perversa del popolo, ma anche la possibilità di un cambiamento di vita.
In Ger 12,8 l'eredità invasa, cioè il popolo di Israele, è paragonata da Dio al ruggito del leone, in quanto essa leva la voce contro di lui, ponendosi in agguato verso di lui: "Ho abbandonato la mia casa, ho ripudiato la mia eredità, ho consegnato ciò che ho di più caro nelle mani dei suoi nemici. La mia eredità è divenuta per me come un leone nella foresta; ha levato la voce contro di me, perciò la detesto" (Ger 12,7-8).
Per questo motivo il Signore si lamenta del suo popolo. Quindi parallellamente a Amos anche Geremia, avvertendo il ruggito di Dio, denuncia l'irreligiosità del suo popolo promuovendo la conversione del cuore.
Pertanto, da una parte, col termine ruggito il profeta vuole indicare che alta e forte risuona l'appello di Dio o meglio la voce di Dio verso il suo popolo, mentre dall'altra egli vuole indicare che questa parola è apofatica, perchè nascosta allo sguardo del profeta e perchè infinitamente distante dal popolo peccatore:
1 C. RANDAZZO, La balbuzie di Mosé: una possibile spiegazione teologica in "Sefer" 130 (2010), p. 14.
2 GIUSTINO, Apologia 2,8,1.10,2. Ed. Crit.